lunedì 11 aprile 2011

Corpi di donna su di un piano inclinato Daniel Fermani

Corpi di donna su di un piano inclinato é stata concepita fin dalla sua genesi come la trascrizione di uno scontro mentale e spirituale. Madre e figlia si lanciano, senza pietá, i rancori e l’odio che sentono una nei confronti dell’altra. Queste parole nascono dal profondo di ognuna di esse, senza il filtro dei sentimenti convenzionali che dovrebbero addolcire qualsiasi rapporto tra una madre e sua figlia e tra una figlia e sua madre. Perció parlo di uno scontro mentale e spirituale. Manca il dialogo della pietá che impongono le convenzioni, la societá, i pregiudizi, l'attendibile.
L'apparente eleganza delle frasi é soltando l’effetto del veleno che tinge ogni parola. Queste donne, che soprattutto sono donne a prescindere del loro legame famigliare, rappresentano le prime donne della societá, le prime donne che hanno dovuto compiere i passi imposti per i tabú e le convenzioni; sono le prime a dover assoggettarsi alle regole di un mondo che da una parte chiede bellezza, sensualitá, corpo, amore totale, e dall’altra obbliga senz’appello a rispettare un modello fisso che esclude il sesso  per la forza schiacciante della maternitá.
            Se dovessimo cercare un referente a queste donne che parlano dalla mente e dallo spirito femminile,  lo potremmo trovare ne La Lupa di Giovanni Verga, dove senza parlarsi quasi, madre e figlia lottano nello stesso campo per i diritti ad essere donne al di lá dei legami filiali e dell’etá. Nel racconto di Verga la fine dev’essere tragica, in Corpi di Donna entrambe le protagoniste spiegano con la luciditá delle loro parole senza curarsi delle ferite che infligeranno, ma anche conscie che ogni taglio si riprodurrá nella propria carne, destinata a compiere un destino giá segnato, fisso, inevitabile.
            Si tratta di un teatro dell’immobilitá, dove le parole pesano in modo tale da costituire da se stesse il movimento, fungendo da ancore alle attrici il cui lavoro sará lottare contro questa forza di gravitá, catena e allo stesso tempo energia che determina l’evoluzione sul palcoscenico. La mancanza di indicazioni sceniche risponde alla necessitá di permettere una creazione propria a partire unicamente dal testo, che non dà apoggi né segna situazioni, ma provvede invece del vigore sprigionato dalle parole, per fare sí che siano le parole le direttrici, le parole il motivo ed il finale di questa battaglia nettamente femminile. 

Corpi di donna su di un piano inclinato ha ricevuto il gran premio di Dramaturgia Vendimia 2008, in Argentina, e nel 2009 il libro é stato presentato alla Fiera del Libro di Buenos Aires.

CORPI DI DONNE SU DI UN PIANO INCLINATO


Qui non scivolo perché scivolare nell’esistenza non l’ho fatto. Niente ho fatto. Niente che mi possa muovere. Donna sono e forse lo sarò ancora. Non credo che ci sia altra possibilità per me. Non altro. Altro che essere quel che sono. Non un uomo perché per essere uomo non sono nata. Ma, essere donna? Nessuno poteva avvertirmi questa vita e non altra. Non altra. Adesso, qui. Adesso, qui. Due concetti che m’imprigionano, mi stanno imprigionando e forse finiranno con l’asfissiarmi perché non ho via di uscita. Donna. Adesso, qui. Che altro sperare?

CORPI DI DONNE SU DI UN PIANO INCLINATO NOTE DI ILARIA GUIDANTONI


Corpi di donne su un piano inclinato

Un testo difficile da leggere senza vederlo, nato per essere interpretato e danzato, che si anima come l’inconscio confuso e contraddittorio che parla senza punteggiatura.
Le parti si invertono e gli archetipi si rovesciano ed è una figlia che si trova costretta a fare i conti con il dover essere e ad insegnare alla madre quello che l’etica vorrebbe dalla maternità. Un astio che attraversa una madre non esaltata dalla figlia nella propria femminilità ma che si sente minacciata dal suo librarsi nella vita.
Un gioco di specchi che infrangono e si scompongono mentre un abbraccio segreto, senza parole sembra profilarsi nell’ombra. Viene da chiedersi se non sia la stessa donna che senza poter germogliare odia il mancato frutto come quell’immagine di sé, che dice giovinezza, sogno e una promessa delusa dalla vita.
Che sia la figlia la sola buona coscienza che si accende nel buio di un dolore che sfigura? Non ci è dato saperlo. Ci si chiede soltanto perché quella madre non provi a fondersi nel proprio fiore per ritrovarsi.
Può essere che così sia ed è la figlia-coscienza che si indica la strada? “Tempo, tempo”, chiede: ma non ci è dato sapere se sia la consapevolezza che il tempo è il laccio che ci trascina e ci ricorda che siamo mortali o che sia una richiesta, un’invocazione…di tempo appunto, di una pausa di riflessione, di distensione, un’apertura di speranza.
 Ilaria Guidantoni

l'intervento di Franco


Franco è un pittore o meglio un artista; penso che definirlo solo pittore sia ri
duttivo, perché lui meglio di chiunque di noi lavora indifferentemente con più l
inguaggi artistici; meglio di noi è veramente al servizio dell'arte e di ciò che
 in quel momento può mettere in gioco. spesso e volentieri lo vediamo lavorare a
i margini del palcocenico; sentiamo il graffio dei suoi carboncini, sentiamo l'o
dore delle tempere, degli inchiostri, degli olii... Franco è spesso più un'ombra
 che una luce...un'ombra senza la quale la luce sarebbe fioca, non brillerebbe.
Un occhio umano e una mano sempre pronti a rubare, a trasformare e a donare; il
suo essere creatore è ciò che gli permette di essere in ogni lavoro presente e a
ssente nello stesso tempo. entra nelle opere teatrali come nei laboratori in sil
enzio, e in questo silenzio esplica il suo linguaggio. Anche in corpi di donne l
a sua presenza ha aggiunto qualcosa in più all'opera di Daniel, alle due donne.
Un uomo bendato che sul fondo del palcoscenico, davanti ad un grande foglio dise
gna, graffia, colora le sensazioni, le emozioni, l'atmosfera del pubblico in sal
a, le tensioni delle attrici...e poi con la stessa presenza, quello stesso uomo
condivide con le donne sul palco, con le attrici la vita dell'opera. Respira sen
za poter vedere il delirio sempre uguale e sempre diverso che si manifesta ogni
giorno tra madre e figlia

CORPI DI DONNA SU DI UN PIANO INCLINATO LA MADRE-MARINA

Quando Laura mi ha proposto il testo di Daniel Fermani, fin dalla prima lettura ne sono stata catturata: un dialogo che procede per monologhi; la prosa asciutta che rivela la sua natura poetica; il linguaggio quasi privo di punteggiatura; l’uso così personale delle maiuscole e delle minuscole, degli spazi e dei puntini di sospensione; gli ispanismi conservati dalla traduzione (e da noi votutamente mantenuti nello spettacolo)… tutti questi aspetti “formali” della scrittura mi apparivano come un’interessantissima sfida intellettuale e teatrale.

Curiosamente, mi ero identificata nell’altro personaggio, la donna uno -la figlia.

E qui tocchiamo il nodo cruciale del mio approccio attoriale a questa messa in scena; il gioco del mio lavoro sul personaggio che, stavolta come raramente in precedenza, si è riverberato sulla mia esistenza.

Oggetto di molte conversazioni tra me e Laura durante le prove, questo scambio tra l’essere madre e l’essere figlia, la riflessione sul nostro essere donna, sui cambiamenti del nostro corpo in quel momento, hanno rappresentato un’inaspettata e fruttuosa serie di coincidenze (ma noi crediamo che niente avvenga mai per caso -meno che mai nel lavoro teatrale!).

Ovviamente, il mio ruolo era quello della donna due -la madre. Io che madre non sono stata; io che una volta scrissi “troppo figlia per essere madre”; io che stavo vivendo molto male le trasformazioni del mio corpo; io che mi sono sempre sentita una kore, la fanciulla che danza, mi ritrovavo ad essere una Demetra, la grande madre.

I nostri movimenti di scena riportano alternativamente la figlia e la madre alla terra (alla Terra, alla Terra che è Madre, alla dedalea Grande Madre); e il rito della fertilità, dell’accoppiamento e della nascita si celebra in più momenti dello spettacolo, perché la terra “vuole essere solco e culla e letto di un’altra vita”.

La madre sa, ha saputo, cos’era l’amore. Lo confessa secondo degli stilemi quasi stilnovisti: “Né tardi né presto Ognuno ha il suo arrivo all’amore E appena ci si aggrappa e ci crede e si accucciola nel suo petto ti si aprono gli occhi con coltelli di fuoco e sei giá sola e buttata in mezzo alla vita come Come soltanto una donna può esserlo”. Eppure, sembra aver deciso di non credere più nell’amore. Almeno in quell’amore che porta all’annullamento di sé nell’altro e per l’altro. E tutto questo ha le sue radici nel corpo, nel corpo che prova ancora desiderio, e vede in quello della figlia un rivale e un giudice: “o è naturale che un corpo rinunci a essere corpo perché altro giovane corpo s’interpone e gli dice che la vita dev’essere così e che addio al desiderio perché se madre sei stata desiderare non dovresti”. La verità è che “essere madre non significa rinunciare alla vita non sentire la passione che ti penetra come il vento ardente dell’estate e che non basta nessun’acqua per mitigare quella sete che di donna è e niente piú e tu lo sai perché prima di altro imparare quello hai imparato che forse di me lo ereditasti o dalla stirpe di tutte le donne che di terra siamo fatte”.

La scelta delle musiche è caduta sui Madredeus, la cui musica è densa di suggestioni e di struggimento; una musica interpretata da una voce di donna dalle sonorità scure e insieme luminose, che sembrano provenire da un “tempo non-tempo”.

Splendida avventura questa di “Corpi di donna che scivolano su di un piano inclinato”! Uno spettacolo che cresce e cambia ad ogni replica. Così come cambiamo Laura ed io, ogni giorno, in questo mondo, che “forse è molto piccolo e scivoliamo o ci spingiamo l’un l’altra per questo spazio Questo spazio che denominiamo esistenza e che felice vorremmo”. Due donne che incarnano il mito di Demetra e Persefone.
Due donne i cui caratteri e le cui peculiarità ricordano
le eroine della tragedia greca, della mitologia. È una continua discussione intorno a temi ciclici, ricorrenti, universali ad ogni donna, ad ogni enerazione.
Un eterno conflitto che lega madre e figlia, uno scambio di vissuti, un rinfacciarsi di vuoti, di cose non dette e di altre non capite. Anche in quest'opera, come nelle altre, risulta
inconfondibile lo stile del drammaturgo, parole che arrivano come sassi, monologhi duri, taglienti, che penetrano
il pubblico senza via di fuga. Due attrici di età differente e provenienza quasi antitetica, si confrontano con la "crudezza" di una tematica complessa e sempre viva in ogni momento
della vita, dall'adolescenza alla giovinezza; quella del
distacco dalla propria madre, della conoscenza dell'amore, della sessualità, delle scelte individuali e  del cambio di
percorso.
Il dramma di una madre, che come Demetra, non riconosce  in sua figlia, la bambina che lei ha generato. Una figlia che non riconosce in se stessa, ancora, la donna che diventerà, ma ha ormai abbandonato la bambina che era.
Lo stile recitativo e drammaturgico non è né drammatico né naturalistico; ma, come lo stesso drammaturgo richiede,
vissuto attraverso il proprio corpo; con elementi scenici
minimi e nessun supporto esterno.

....Corpi di donne su di un piano inclinato LAURA-FIGLIA

Il mio amore per la drammaturgia di Daniel Fermani cresce di testo in testo.
La sua schiettezza, la sua poesia, la sua sintesi, la sua ricerca ha rapito il mio cuore; è diventata per me quasi una dipendenza. A livello attoriale i suoi personaggi sembrano scritti per me, sembrano leggere nelle viscere della mia anima, in tutto ciò che di complesso e contraddittorio esiste nel mio essere donna.
Uscendo da me...rifletto ed arrivo alla conclusione che Daniel legge l'universale del mondo femminile, anche quello che nessuna donna vorrebbe mai far uscire dalla propria bocca.
Appena letto il testo ho pensato a mia madre, a colei che avrebbe dovuto essere la mia madre scenica... e dubbi non ne ho avuti; sin dall'inizio un'unica madre si è presentata davanti ai miei occhi: Marina.
Solo lei. Nessun altra avrebbe potuto essere mia madre. Lei così lontana dalla madre drammaturgica, lei che non è madre, che è ancora figlia, lei così buona, lei... si solo lei.
Paradossale ma nessuna ombra ha mai velato questa scelta.
I suoi occhi rientrano nel mio immaginario di donna, di colei che ama con tutta se stessa, e che nello stesso tempo, è capace, di uccidere, di sputare veleno, di odiare per difendere il suo credo.
I mesi di prove sono stati bellissimi, intensi, difficili, dolorosi ma, soprattutto ricchi di complicità e intimità.
Abbiamo parlato a lungo, ci siamo raccontate di tutto, ci siamo conosciute a fondo; abbiamo spaziato nella letteratura, nella nostra anima, nelle nostre paure, nelle difficoltà... Tutti i terreni sono stati sfiorati dalle nostre parole e dalle nostre emozioni....
Lo spettacolo che ne è nato è stato come il testo, una macchina scenica, un orologio, nella sequenza di azioni fisiche e, nello stesso, tempo un fiume, con argini precisi, dove nuotare e liberarci.
Dentro di me, questo lavoro occupa un posto particolare, tra quelli che mai dimenticherò....all'inizio delle prove ho scoperto di aspettare un bimbo, quella vita tanto desiderata che non voleva arrivare. Ed è strano, quasi impossibile da descrivere cosa si possa provare in questa doppia creazione, quella dello spettacolo e della vita che si porta dentro. Che strano essere figlia, una figlia che ancora non conosce i “dolori del parto”, “cosa vuol dire essere madre” e dentro iniziare ad esserlo.
Sentivo dentro di me la vita crescere e, contemporaneamente,  le pulsioni contrastanti salire su per la gola, sentivo la gioia e la paura.
Sentivo l'inadeguatezza e la consapevolezza. Ho avuto paura. Paura di non essere all'altezza. Paura di sentire dentro di me le parole della mia madre scenica. Paura di non essere pronta per avere una figlia femmina. Una figlia femmina è una donna. Un fiore meraviglioso, uno specchio che riflette l'altra.e forse io ancora  avevo da risolvere qualcosa per poter essere madre... con Marina ne abbiamo parlato molto e tutto ciò è stato materiale vivo per la messa in scena. Lei donna-non madre, io in attesa di un figlio; il rapporto tra me e mia madre; tra lei e sua madre; il conflitto donna-donna; la donna di un tempo, il legame con la natura, la donna di oggi, la nostra ricerca, il nostro modo di vivere... nulla è stato  gettato, tutto è in quelle parole, tutto è nel sottotesto di madre e figlia... che altro dire! Se vedo le immagini delle prime repliche, il grembo gonfio e osservo gli occhi di mio figlio... sento che questo lavoro sia stato un percorso, un  percorso necessario per me donna, un filo rosso tra la donna e la madre... e se una nuova vita ci sarà... adesso “donna può” e “deve essere” essere!!!!!!!!!!!!!!
!!!!

sabato 9 aprile 2011

Referente incesto

Patrocinio Istituto                                                                                                                                Patrocinio Ufficio Culturale                                                                                                                            Italo – Latino Americano                                                                                                                 dell’Ambasciata Argentina in Italia                                                                                                                              

Europa duemila
presenta

referente incesto

di Daniel Fermani

con
Alessandro Sena    Laura Sales

Regia di

Daniel Fermani

Tecnico di scena: Danilo Sabelli

Organizzazione ed ufficio stampa: Studio Antares Produzioni 339 8784860


In attesa della notte, fratello e sorella conversano non per spiegare i perché del loro rapporto incestuoso, ma forse  per ferirsi il piú possibile, aspettando il buio,  momento in cui meccanicamente e  inevitabilmente, si perpetrerà l'incubo. Nessuno dei due puo’ e  né vuole scappare da questo labirinto di umana corporale passione. Nel loro rapporto non ci sono né vittime né carnefici e le parole tagliano come coltelli avvelenati cercando il profondo di ognuno, impietosamente, senza sosta, finché essi saranno costretti a svelare la loro parte piú vulnerabile, quella in cui accanirsi per chiudere ogni spiraglio e spazzare via definitivamente la speranza. L'amore? Un' illusione che é necessario cancellare dalla memoria, anche quando fra loro si aggiungerà una terza persona.

"Referente Incesto" é un testo sperimentale, non soltanto nella sua forma, che porta ad un teatro dell' immobilitá dove pause e punteggiatura sovvertono il rapporto tra significante e significato, ma sopratutto nella tessitura del testo, capace di aprire nuove porte all'interpretazione, arricchendo nella mente tutte le sfumature che un suono articolato puo’ creare. Bellissimo e intenso, il suo contenuto affronta il tabú dell'incesto non come colpa che provoca rimorso e merita una punizione, ma quale destino di certi esseri umani. Un uomo e una donna che non credono, o che non sono capaci di portare alla vita quello in cui credono. Che siano fratello e sorella puó essere un fatto geografico piú che sanguineo o spirituale.

Lo spettacolo, rappresentato per la prima volta in Italia è patrocinato dall’Istituto Italo-Latino Americano e dall’Ufficio Culturale dell’Ambasciata Argentina in Italia, scritto e diretto dal drammaturgo italo argentino Daniel Fermani, si avvale della presenza  in scena degli attori Alessandro Sena e Laura Sales.

Il regista e gli attori presenteranno lo spettacolo alla stampa e al pubblico giovedì 27 gennaio alle ore 18:30 presso l’Auditorium dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata Argentina sito in Via Veneto 7 -  Roma.

Contatto: Studio Antares Produzioni 339 8784860

TEATRO DEI CONTRARI
Dal 2 al 6 febbraio 2005 tutti i giorni ore 21:00 domenica ore 18:30
Via Ostilia 22 A  (Colosseo)
Infoline e prenotazioni: tel. 0643454714 / 3397004526
Intero: 12 euro         ridotto: 10 euro